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#1 25-06-2009 08:54:04

Federico
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Messaggi: 4

Quando si grida "Stella rossa vince" prima della partita

tratto dal romanzo 54, autori Wu Ming, capitolo 3

***

Ettore Bergamini era stato partigiano a Monte Sole, sull'Appennino, con la Brigata «Stella rossa» del maggiore Mario Musolesi, il mitico «Lupo».
Aveva partecipato a scontri a fuoco violentissimi, interminabili.
Aveva usato esplosivi, teso imboscate, giustiziato nemici, combattuto a fianco di inglesi, cecoslovacchi, russi, e perfino un indiano, Sad. Non un pellerossa, un indiano dell'India, col turbante in testa.
Aveva visto Ettore Ventura «Aeroplano» caricare i tedeschi in groppa a un cavallo bianco.
Aveva visto la madre di Fonso capitare nel bel mezzo di un combattimento, incurante delle pallottole, una spedizione di chilometri per portare al figlio una ciotola di zabaione.
- Poverino, sono ore che stai combattendo, e non hai mangiato niente!
Fonso l'aveva guardata, stravolto, incapace di credere a ciò che vedeva.
Poi aveva bevuto lo zabaione e aveva detto:
- Grazie, mamma. Però adesso ti metti al riparo!

Il 27 giugno, per via di gravi divergenze strategiche e politiche con Lupo, Sugano Melchiorri aveva formato un nuovo battaglione di quarantasei partigiani. Tra loro c'era anche Ettore.
Dopo mille vicissitudini, la «Stella rossa-Sugano» era scesa in pianura ed era confluita nella Settima Gap, distaccamento di Anzola. Le ultime volte in cui Ettore aveva usato una bicicletta. Lí aveva conosciuto Amleto Benini «Bianco» (perché aveva già i capelli grigi), che piú tardi gli avrebbe dato un lavoro. Quel lavoro.
Nell'ottobre del '44 avevano preso parte alla battaglia di Porta Lame, tre giorni da non crederci, l'unico scontro aperto tra tedeschi e partigiani all'interno di una città europea.
Il 21 aprile del '45 Ettore aveva liberato Bologna, a fianco degli altri compagni.

Già, ma da chi l'avevano liberata?
I fascisti, amnistiati.
I partigiani, sbattuti fuori dalla polizia e perseguitati dalla magistratura.
Sugano, vittima di una montatura giudiziaria, costretto a scappare in Cecoslovacchia, come tanti altri compagni.
Dentro alcune inchieste c'era finito anche Ettore. Roba di poco conto, presunte estorsioni e «ruberie». Lo avevano sempre prosciolto, ma aveva ancora qualche carico pendente.
E il «Carlino»? Cambiato e ricambiato nome, era ancora lí a scrivere menzogne, come quando, l'11 ottobre del '44, aveva negato che fosse avvenuta la strage di Marzabotto. Ettore aveva conservato il trafiletto. A forza di rileggerlo, ricordava interi passaggi a memoria:

"Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge, ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto... Siamo dunque di fronte a una nuova manovra dei soliti incoscienti destinata a cadere nel ridicolo perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l'autentica versione dei fatti."

Merde.
Dolore, lacrime, paura, odio. Ma anche euforia, voglia di farla finita con la guerra e il fascismo, desiderio di costruire un'Italia nuova. La vita aveva senso, in quei giorni, non era solo correre da un'ora all'altra, trascinarsi da un giorno all'altro.
Perché negarlo? Ettore lo sapeva: quei mesi in montagna erano stati i piú belli della sua vita. Dopo non c'era piú stato niente di davvero interessante.
Non si diresse verso casa. Girò in via Lame, e arrivò alla Porta. Il cielo era pieno di stelle, centinaia di stelle, forse un migliaio.
Lo aveva già fatto mille volte, lo fece ancora.
Ricordò la battaglia, sparo dopo sparo.
C'era nebbia, e qualcuno urlava:
- Garibaldi combatte!
Lui aveva gridato a pieni polmoni:
- Stella rossa vince!

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